Che fine ha fatto la ragazza incinta assunta ad Amabile da Martina Strazzer?
Nel novembre scorso, la popolare imprenditrice aveva annunciato di aver assunto una ragazza incinta di 4 mesi. L'epilogo di quella vicenda tanto strombazzata sui social è piuttosto amaro.
“Ho assunto una ragazza incinta”. Con queste parole nel novembre 2024 Martina Strazzer - influencer e imprenditrice 24enne, fondatrice del popolare brand di gioielli Amabile da 7 milioni di fatturato - raccontava su TikTok di aver assunto Sara, di professione contabile e incinta di quattro mesi. Una decisione che ha creato non poco clamore sui social, essendo in netta controtendenza con quanto solitamente accade, e che ha portato a Martina e al brand un’ondata di popolarità positiva e di reazioni entusiaste, rendendo viralissimo il video.
Amabile è un’azienda quasi interamente al femminile: su oltre 40 dipendenti, il 90% circa sono donne. Un’eccezione in piena regola rispetto alla media delle piccole e medie imprese italiane, dove ancora oggi assumere una donna potenzialmente fertile viene considerato uno svantaggio competitivo, figuriamoci assumere una persona che al momento dell’ingresso in azienda è già incinta e andrà in maternità pochi mesi dopo. E proprio per questo motivo la decisione di Strazzer è stata accolta in maniera molto affettuosa non solo dai follower storici dell’imprenditrice ma anche da moltissimi utenti fuori dall’abituale bolla social.
Ma a distanza di qualche mese da quell’annuncio, che fine ha fatto Sara? Ecco, non lavora più in Amabile. E non per sua volontà. A raccontarmi l’amaro epilogo di quella che sembrava essere una favola a lieto fine è proprio lei stessa, la protagonista della vicenda. Ma ripercorriamo brevemente gli eventi.
E’ il 13 novembre 2024 e su TikTok Martina racconta la storia dell’assunzione di Sara, che in Amabile era arrivata qualche mese prima, nel luglio dello stesso anno.
“A luglio ho aperto una posizione per un’impiegata amministrativa, ho fatto tantissimi colloqui ma dato che non ero convinta di nessuna delle candidate. Ho deciso di andare a ripescare dei curricula dal mio passato, infatti mi tengo sempre dei fascicoli con persone che magari nel tempo mi hanno incuriosita. Quando ho scritto per email a questa ragazza chiedendole se fosse disposta ad avere un colloquio con me, lei mi ha risposto che per trasparenza voleva segnalarmi che fosse al quarto mese di gravidanza. Nonostante questo, ho deciso comunque di effettuare il colloquio con lei. E’ una persona assolutamente competente, capace, brillante, insomma ero convinta di aver trovato chi stavo cercando. Ovviamente ho ragionato sul fatto che il suo tempo all’interno della mia azienda prima della sua maternità sarebbe stato ridotto, ci siamo confrontate e abbiamo trovato il modo per rendere questi mesi insieme più efficienti possibili in modo tale che alla sua partenza, chiamiamola così, la situazione in azienda fosse il più stabile possibile così da affrontare i mesi senza di lei”.
Nel dicembre 2024, in un’intervista concessa a Fortune Italia, Strazzer ribadisce:
A distanza di 8 mesi da quell’annuncio in pompa magna, Sara è stata lasciata a casa. La comunicazione del mancato rinnovo di contratto, nonostante le tante promesse, le è arrivata mentre era ancora in maternità, periodo di congedo che, tra obbligatorio e facoltativo, sarebbe terminato proprio a luglio 2025, ovvero alla scadenza naturale del contratto a termine. Vorrei chiarire subito un punto, prima che il lettore prenda fischi per fiaschi: quanto fatto da Amabile è legale. O meglio: secondo l’attuale normativa, infatti, un datore di lavoro può decidere di non rinnovare un contratto a termine senza alcun obbligo di motivazione anche in caso la dipendente sia in maternità. A livello teorico, però, se la motivazione del mancato rinnovo dovesse avere a che fare con la gravidanza, lasciare a casa la collaboratrice costituirebbe una discriminazione diretta di genere, dunque un illecito. Ma è molto difficile riuscire a provarlo in sede di giudizio.
La parte interessante da raccontare della vicenda di Sara, quindi, non ha a che fare con la legittimità della decisione di Amabile a livello legale, il tema è la coerenza di valori del brand. Da un lato quello che un’azienda racconta di essere per aumentare il percepito positivo a livello d’immagine, dall’altro le azioni realmente messe in campo.
Da un lato abbiamo quindi la narrazione social, lo storytelling emozionale, l’engagement facile realizzato cavalcando l’assunzione “inclusiva” di una donna incinta. Dall’altro, il finale che nessuno racconta e che rischia di rimanere nascosto come polvere sotto il tappeto.
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Quando è stata assunta da Martina, Sara lavorava da sei anni per un’altra azienda con un contratto a tempo indeterminato: “Qualche mese prima avevo mandato un CV ad Amabile: avevo fatto un colloquio ma non ero stata scelta. A fine giugno dell’anno scorso sono stata richiamata da Martina Strazzer per un altro colloquio e le ho subito detto di essere incinta di quattro mesi. Lei mi ha risposto che non c’era nessun problema. Facciamo il colloquio e mi comunica che vorrebbe assumermi”, mi racconta.
“Io ero contentissima: sui social Amabile sembrava un’azienda fantastica, dove i dipendenti erano come una grande famiglia, c’era sensibilità, tanti benefit e un orario flessibile. Pensando a un futuro con mia figlia, mi dicevo: ‘Cavolo, sarebbe bellissimo iniziare alle 7.30, uscire alle 16 e riuscire ad andarla a prendere all’asilo. Perché no?’. Martina mi dice poi che avrei dovuto lasciare subito l’azienda dove lavoravo, perché avevano fretta di introdurre la mia figura”.
Perché tutta questa fretta? Sara avrebbe dovuto occuparsi di seguire e ultimare un processo di integrazione aziendale e di formare al meglio le altre due ragazze del team amministrazione prima di andare poi in maternità obbligatoria, il successivo 10 novembre. “
Sara è stata assunta a luglio 2024 con un contratto a termine di un anno pur provenendo da un contratto più stabile: “Mi hanno spiegato che Amabile non assume mai subito a tempo indeterminato, assicurandomi però che sarei stata stabilizzata al primo rinnovo. Io ho chiesto spesso certezze perché per loro stavo lasciando un posto sicuro, ero incinta e volevo rassicurazioni. Mi hanno sempre detto di non preoccuparmi”.
Per trasparenza, Sara aveva comunicato già al primo colloquio che avrebbe voluto prendersi i cinque mesi di maternità obbligatoria più altri tre di facoltativa, perché quell’anno sarebbero stati pagati all’80% e avrebbe voluto approfittarne per stare un pochino di più con la sua bambina. Nessun problema per Martina, che aveva acconsentito entusiasta.
“A fine settembre eravamo già in pari con i principali controlli del lavoro di integrazione di cui dovevo occuparmi, tutto tornava al centesimo. Sarebbero poi rimaste da condurre le ultime verifiche in sede di bilancio. A novembre sono andata in congedo obbligatorio ma nel corso di quei mesi mi sono sempre resa disponibile, sia prima di partorire che dopo la nascita di mia figlia: le colleghe mi chiamavano quasi tutti i giorni e io le aiutavo volentieri. Qualche volta, ancora incinta, sono passata in ufficio per dare una mano. Dopo la nascita di mia figlia ho persino fatto dei corsi da remoto tenendo la bambina in fasce accanto a me”, racconta Sara.
Nel frattempo, in Amabile vengono assunte due nuove figure: l’HR manager e il CFO. “Quest’ultimo, mentre ero in maternità con una neonata di poche settimane, ha iniziato a incalzarmi per la consegna di lavori con scadenze ravvicinate. Ho detto alle colleghe di fargli presente che stavo facendo il possibile: avevo una bimba nata da poco, ero in congedo obbligatorio e quello che facevo era un “di più”, non poteva essere preteso”.
A febbraio Sara chiede un incontro con Martina: “Stavo prendendo accordi per l’iscrizione di mia figlia al nido, proprio accanto alla sede di Amabile. Chiedo conferma del rinnovo del contratto, così da poter procedere all’iscrizione. Lei mi rassicura: mi dice che mi stavano aspettando, che non vedevano l’ora che tornassi e che potevo tranquillamente iscrivere la bambina lì. A maggio mi convocano HR e CFO: vogliono conoscermi. Fanno una specie di secondo colloquio e mi dicono che lo stanno facendo con tutti.
Una settimana dopo, però, arriva una nuova convocazione e da questo momento le certezze di Sara iniziano a vacillare, nonostante tutte le promesse di Martina: “Mi dicono che hanno riscontrato problemi nel mio lavoro. In quel momento mi metto in discussione: vado a casa provata, pensando di aver sbagliato cose basilari che faccio da dodici anni. Poi ci rifletto: i registri tornavano al centesimo con quelli del commercialista; prima della maternità erano già state fatte verifiche con lui, con l’assistenza del gestionale e con un consulente esterno sulle fatture estere. Per scrupolo riguardo la normativa: quello che avevo fatto era corretto”, prosegue Sara.
Qualche giorno dopo, arriva il colloquio finale con Martina: “Lei voleva farlo online, ma io insisto per farlo di persona: se deve lasciarmi a casa, me lo deve dire in faccia. Dura un’ora e venti. Mi dice che hanno riscontrato molte mancanze e criticità, e che le dispiace ma le cose non erano state fatte correttamente. Chiedo allora di elencare tutte le criticità, perché se ho sbagliato voglio sapere dove e come, per imparare dai miei errori. Per esempio, i corrispettivi erano stati registrati come da normativa: se loro volevano un altro metodo, non poteva essere considerato un errore mio. Mi rispondono che quella era solo una delle tante cose e non era necessario soffermarsi. Io replico che invece lo era, dato che mi stavano dicendo che non sapevo fare il mio lavoro. Dopo aver tergiversato senza entrare nel merito, mi comunicano che non mi rinnoveranno il contratto”.
Sara, allora, su consiglio del suo avvocato, che aveva allertato quando aveva iniziato a percepire che qualcosa non stesse andando per il verso giusto, replica che si tratta di un licenziamento di fatto, visto che poche settimane prima Martina le aveva assicurato, a parole, il rinnovo a tempo indeterminato, ma tutti e tre negano.
“Dopo la comunicazione del mancato rinnovo, nel giro di poco sono stata rimossa dai gruppi WhatsApp del team e mi è stato revocato l’accesso alla mail aziendale, nonostante fossi formalmente dipendente di Amabile fino al 4 luglio, data di scadenza del contratto e della mia maternità. L’ho trovato un gesto di cattivo gusto, anche se in quel periodo, essendo in maternità e dopo una notizia simile, era ovvio che non avrei lavorato”, dice Sara. “Per molto tempo non sono riuscita a parlare di questa vicenda: mi sono sentita inadeguata, ho passato momenti duri, in un periodo in cui avevo partorito da poco ed ero fragile. Durante la maternità ho spesso lavorato, sono andata in azienda, ho sentito le colleghe. Se c’erano problemi, perché nessuno me li ha segnalati? Martina ha detto che ero in maternità e non lo avrebbe mai fatto perché poco rispettoso. Eppure, quando ho lavorato per loro pur essendo in congedo, quel problema non se lo sono mai posti. In più, durante il colloquio finale mi è stato detto di non preoccuparmi perché l’HR Manager aveva una grande rete di contatti e mi avrebbe aiutata a ricollocarmi in un’azienda della zona. A quel punto mi è sorta spontanea una domanda: se mi stai mandando via per presunte mancanze professionali e di competenza, come puoi segnalarmi ad altre aziende come una professionista da assumere?
Essendosi dimessa dal precedente posto di lavoro senza dare il preavviso, su esplicita richiesta di Amabile, in questo momento Sara non potrebbe nemmeno tornare a lavorare per la sua vecchia azienda: “Viste le tempistiche, ho creato un danno al mio ex datore ed è ovvio che ora difficilmente potrei chiedergli di essere riassunta”.
Dopo lunghi mesi di riflessione, Sara ha deciso di raccontare pubblicamente il reale epilogo della sua vicenda “perché sui social si sono fatti parecchia pubblicità con la mia assunzione, ma nessuno conosce il vero finale della storia. E io vorrei che le persone sapessero, per metterle in guardia da quanto spesso la realtà sia molto diversa da quanto appare sui social”.
“All’inizio ho passato mesi molto duri, un periodo decisamente difficile a livello psicologico. Per settimane non ho avuto il coraggio di parlarne. Anche adesso, pensare di rimettermi in gioco per cercare un altro lavoro è difficile perché in questo momento mi chiedo: ‘E se non sono in grado? E se non ho le capacità?’ perché in qualche modo mi hanno convinto di questo pur di non dirmi che mi avrebbero lasciato a casa per altri motivi. Io razionalmente so che non è vero, ma sentirmi dire che non sono capace di fare il lavoro che ho sempre fatto da dodici anni a questa parte è davvero tremendo e avermi lasciato a casa così, di punto in bianco, dopo che avevo lasciato in fretta e furia un lavoro sicuro a tempo indeterminato, è stato davvero un brutto gesto e un brutto colpo”, conclude Sara.
Amabile è stata contattata nella mattinata di lunedì 11 agosto, per un commento sulla vicenda. Inizialmente ha comunicato che avrebbe fornito una risposta la prossima settimana, motivando il rinvio con la chiusura per ferie del reparto competente. Ho precisato che i tempi di un’inchiesta giornalistica non possono essere stabiliti dall’azienda e che il termine per rispondere era fissato alla serata di ieri. Alla chiusura dell’articolo, nessuna risposta è pervenuta. Qualora l’azienda dovesse replicare con la propria posizione, ne darò atto ai lettori in maniera tempestiva.
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adoro il fatto che da professionista tu non abbia aspettato i loro comodi per la risposta. Questo è il vero giornalismo! Il tuo articolo non è uno sputtanamento, ma una semplice descrizione dei fatti e dell'incoerenza del brand. Mai acquistato niente, ma adesso tolgo pure il follow così da non avere neanche i loro contenuti nella home. Atteggiamento RIPROVEVOLE!
Vorrei scrivere “incredibile”, ma purtroppo non lo è. Anche se del tutto legale non rinnovare un contratto, è davvero poco etico farsi pubblicità sulle spalle di chi poi lasci a casa…è vero, potrebbe non dipendere tutto da Martina Strazzer, ma lei mi ha sempre dato l’impressione di essere una “finta buona”…che amarezza e tanto coraggio e forza a Sara!